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 MEGA ROVINE SOMMERSE A CUBA

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MessaggioOggetto: MEGA ROVINE SOMMERSE A CUBA   Ven 13 Ago 2010 - 13:31

FONTE: http://onestamente.net/2009/04/04/mega-rovine-sommerse-a-cuba/

MEGA ROVINE SOMMERSE A CUBA

4 04 2009

di Carlo Alberto Cossano ricercatore Narkas
http://www.oopart.it

La Storia-

Le rovine sommerse al largo di Cuba. Il 28 maggio 2002, in un articolo pubblicato online sul sito ufficiale del National Geographic dal titolo “Nuove scoperte subacquee sollevano domande sui miti del diluvio”, il reporter Brian Handwerk scrive che “…recenti ritrovamenti subacquei potrebbero portare nuovi indizi allo studio di insediamenti umani che giacciono sotto le onde…”; a cosa si stava riferendo?A quella che probabilmente potremmo definire, senza paura di essere smentiti, la più grande scoperta archeologica di inizio millennio:
a cura di Carlo Alberto Cossano – ricercatore Narkas
per maggiori informazioni visita il sito www.narkas.org
“La città sommersa di Cuba”.
Handwerk descrive la scoperta ed il contesto: “Nel profondo delle acque di Cabo de San Antonio, lontano dalle coste di Cuba, ricercatori stanno esplorando formazioni insolite di lisci blocchi, pennacchi e forme geometriche”. Seppur interessante, fin qui la notizia non sembra così straordinaria; continuando nell’articolo però, si legge qualche cosa di veramente sorprendente riguardante quelle formazioni insolite, soprattutto perchè indicato da una fonte così allineata all’archeologia ufficiale come il National Geographic: “Le strutture sono coperte da 600 a 750 metri di acqua”.
La posizione del sito (il quadrato indicato con la scritta “Mega”) a nord della punta cubana di Capo Sant’Antonio
La storia di questo sorprendente ritrovamento ha inizio nel luglio del 2000 quando i canadesi Paulina Zelitsky, ingegnere russa assegnata allo spionaggio sottomarino durante la guerra fredda, e suo marito Paul Weinzweig, ricercatori della “Advanced Digital Communications” (ADC) che ha sedi in Canada ed a Cuba, a bordo del loro vascello di ricerca “Ulises”, stavano esplorando i fondali al largo di Capo Sant’Antonio a nord ovest di Cuba in cerca di relitti da recuperare, attività che li aveva già resi famosi (e discretamente ricchi). Muniti, come è logico, di sofisticatissimi sistemi di rilevamento e monitoraggio del fondale, incontrarono una strana ed ampia area pressoché piana (pendenza massima = 6 gradi) di circa 20 chilometri di lato, ricoperta da una spessa coltre di pura sabbia bianca, dal centro della quale però qualcosa faceva “impazzire” il sonar; l’esperienza di Zelitsky e Weinzweig sull’analisi di questi tracciati suggerì una conclusione veramente incredibile, soprattutto ad una tale profondità: avevano localizzato strutture megalitiche, apparentemente di pietra, dalle chiare forme geometriche di piramidi o rettangoli, alcune organizzate simmetricamente e perfettamente allineate. E poi strade, muri e costruzioni sviluppate come un centro urbano.

Riprese e Campionamenti-
A seguito di un tale rilevamento, misterioso ma allo stesso tempo intrigante, l’ovvio e legittimo obiettivo successivo sarebbe stato quello di vedere con i propri occhi ciò che si trovava là sotto e, possibilmente, prelevare dei campioni.
A questo scopo, nel luglio 2001, i coniugi esploratori canadesi scelsero di avvalersi di un ROV (Remotely Operated Vehicle), un robot teleguidato per esplorazioni ad elevate profondità in grado di riprendere immagini e di raccogliere campioni di roccia dal fondale; oltre all’aiuto della tecnologia, Zelitsky e Weinzweig decisero di farsi accompagnare anche da esperti studiosi Cubani, tra i quali il dott. Manuel Iturralde, geologo ricercatore del Museo di storia Naturale di Havana che manifestò sin dall’inizio un profondo interesse verso le allora presunte rovine sommerse.
I risultati delle riprese furono ancora più esaltanti dei rilevamenti sonar e confermarono le ipotesi più ardite avanzate sulle caratteristiche delle strutture: le telecamere certificarono la presenza di grossi blocchi di pietra alti fino ad oltre tre metri, alcuni rettangolari, altri circolari, altri ancora piramidali; molti blocchi erano uno sopra l’altro, altri isolati.
a le sorprese non erano ancora finite: osservando i filmati, infatti, si notava che il colore bianco chiaro dei megaliti era in netto contrasto con quello scuro delle rocce vulcaniche tipiche di quei fondali, così come la loro superficie piana lo era rispetto a quella irregolare delle rocce locali; questo fatto fece pensare alla possibilità remota che quei megaliti fossero di granito, una pietra introvabile non solo sull’isola di Cuba ma addirittura in tutta l’area della penisola dello Yucatan (luoghi in cui si possono trovare per lo più rocce vulcaniche e calcaree), ma presente nella parte centrale del Messico.
Confrontare le strutture fotografate dal ROV con le caratteristiche delle rocce autoctone
Una volta analizzati i campioni prelevati dal fondale e a conferma di quanto inizialmente si riteneva impossibile, si configurò una clamorosa scoperta: non solo i campioni si rivelarono essere di granito puro e completamente levigato ma, in certi casi, erano ricoperti da incrostazioni di fossili organici che normalmente vivono vicino alla superficie. Come se non bastassero questi elementi (propri delle strutture), ad infittire il mistero contribuì anche l’area di 20 km quadrati attorno ai megaliti: si scoprì infatti che questa era ricoperta da vetro vulcanico, il quale “può essere generato esclusivamente su una superficie ossigenata”, come ammise Iturralde.
Opinione Geologica-
“Sono strutture veramente uniche. Non sono facili da comprendere e non ho per loro alcuna semplice spiegazione in un processo geologico naturale”. Questa è la frase che forse più di tutte chiarisce l’opinione di Iturralde in merito alle strutture sommerse di Cuba.
Dopo le analisi dei campioni e delle immagini relative alle spedizioni del 2001, Iturralde conferma che quelle strutture erano sicuramente fuori dell’acqua in passato e che, non essendoci spiegazioni geologiche diverse in merito alla loro composizione, forma e disposizione, potrebbero essere state perlomeno modificate da un intervento umano.
A questo punto, l’unico appiglio tangibile a cui un geologo con dottorato di ricerca può “aggrapparsi” per dare una spiegazione al misterioso ritrovamento è il “fattore tempo”, che come ben sappiamo, è spesso l’unica “ancora di salvezza” che rimane a certi studiosi per tentare di non andare alla deriva tra le onde dei misteri dell’esistenza umana e di ciò che la circonda. Il fenomeno della subsidenza, ovvero il movimento (in questo caso di sprofondamento) delle placche tettoniche, avrebbe lentamente fatto sprofondare l’area di 20 chilometri di lato che ospita i monumenti megalitici fino a portare il tutto a 700 metri sotto l’oceano. Oltre però a chiederci come mai la zona non si sia nemmeno leggermente deformata o danneggiata a causa di questo cataclismico movimento, sorge spontanea la domanda: ma in quanto tempo è avvenuto questo ipotetico sprofondamento? “Più o meno, il fondale oceanico può sprofondare velocemente al ritmo di 16 millimetri l’anno” conferma il dott. Iturralde.
Velocemente al ritmo di 16 millimetri l’anno? Quindi, se la matematica non è un’opinione, al ritmo di subsidenza più veloce mai misurato, il sito si sarebbe trovato fuori dell’acqua all’incirca 50.000 anni fa! In certi casi, rifiutando le spiegazioni più semplici, si finisce con il complicarsi la vita. L’archeologia ufficiale infatti si rifiuta di dover rivedere la teoria secondo la quale, nel bel mezzo del paleolitico medio, l’homo sapiens “neandertaliano” aveva da poco incominciato ad effettuare le prime sepolture e ad insediarsi in ambienti ostili; figuriamoci accettare l’esistenza di esseri in grado di costruire templi megalitici di granito dalle forme geometriche a migliaia di chilometri di distanza dal germanico cugino neandertaliano! Michael Faught, professore di antropologia all’università statale della Florida e specialista in archeologia sottomarina, in relazione a questo ritrovamento afferma che “…sarebbe veramente avanzato per qualunque cosa osservabile nel nuovo mondo. Le strutture sono fuori dal tempo a dallo spazio”. Quindi, piuttosto di considerare l’ipotesi che le rovine siano state effettivamente sommerse dall’acqua nell’esatto punto in cui si trovano e che quindi in un tempo non troppo lontano il livello del mare era di circa 700 metri più basso di quello odierno, si nega l’evidenza dei fatti “misurando” la possibile età del monumento tramite l’unico “metro” accettato dalla geologia, che però si rivela palesemente non adatto.
Una spettacolare elaborazione 3D del fondale attorno al sito (identificato con il nome “Mega”): Iturralde conferma che le “…strutture non sono associate a faglie, fratture o rotture del versante [oceanico]”
Sulle pagine internet ufficiali relative alle sue ricerche sulle rovine sommerse di Cuba, Iturralde considera le tre seguenti ipotesi relative all’origine di tali strutture:
1) origine naturale
2) create da esseri intelligenti
3) strutture naturali trasformate da esseri intelligenti
Relativamente alla prima ipotesi però, è costretto ad ammettere che “…i dati ottenuti non supportano completamente…” questa versione, che comunque “…non dovrebbe essere scartata, perché Madre Natura è in grado di creare strutture inimmaginabili…”.
Una frase che non denota certo il più scientifico degli approcci.
Per quanto riguarda le altre due ipotesi, gli ostacoli principali sono l’età presunta del sito di 50.000 anni e il fatto che l’ipotesi di un intervento umano, “…indipendentemente da quanto attrattiva ed affascinante possa essere…non dovrebbe essere accettata finché non avremo dirette evidenze dell’azione di esseri intelligenti…”.
Dirette evidenze? Sono state trovate?
Iscrizioni-
Le evidenze dirette che forse mancavano ad Iturralde ed al gruppo di ricercatori e studiosi cubani non tardarono a venire fuori. In un’intervista della famosa giornalista Linda Moulton-Howe apparsa sul suo sito www.earthfiles.com, i coniugi Paul Weinzweig e Paulina Zelitsky in persona rivelano un ulteriore sviluppo delle ricerche con i ROV che mette definitivamente una “croce” sull’ipotesi dell’origine naturale delle strutture: un video che riporta chiaramente, nonostante la fitta presenza di detriti e plankton, la presenza di iscrizioni sui megaliti in diversi punti. Queste rivelano, in certi casi, caratteristiche comuni e simili a quelle rinvenute nelle miniere cubane e nei siti messicani, come i simboli della croce centro-americana (una sorta di croce formata da due ellissi sottili); in altri casi, similitudini con la simbologia piramidale e geroglifica sudamericana, rivelando quindi un ovvia continuità sia dal punto di vista geografico che da quello socio-culturale con le vicine civiltà centro e sud americane, sebbene possedendo caratteristiche che le fanno supporre essere più antiche (come se fossero state incise da individui precursori di quelle civiltà).
Al momento dell’intervista (metà del 2001), le iscrizioni erano in corso di studio da parte del dott. Gabrino la Rosa; purtroppo non è più stato possibile reperire informazioni e pareri scientifici su questa scoperta.
Conclusioni-
Al di fuori di qualche sporadico servizio televisivo (alcuni dei quali accusati addirittura di utilizzare immagini di repertorio invece di quelle originali), inspiegabilmente le strutture sommerse di Cuba sono risultate sconosciute alla stragrande maggioranza degli ambienti scientifici e culturali, nonché alla gente comune (in Italia un notiziario di “Rete 4” ha trasmesso in breve la notizia il 19 dicembre 2001 ma praticamente nessuno se ne ricorda).
Evidentemente, chi è a conoscenza dei fatti e degli ultimi sviluppi della vicenda, o non ha i mezzi per divulgare una tale scoperta (cosa che succede molto spesso) o aspetta ulteriori conferme (manifestando forse uno scetticismo eccessivo), conferme che però risultano purtroppo sempre più difficili da reperire anche, ma non solo, a causa dell’elevato costo delle missioni esplorative e dei i noti problemi politici con il governo cubano.
Questa posizione di stallo sembrerebbe essersi sbloccata al termine del 2004 quando il giornale messicano “Milenio”, nel numero del 6 novembre 2004, pubblicò una notizia che agli occhi di un normale lettore poteva apparire come la solita news dal mondo dell’archeologia. La notizia diceva che, in data 7 ottobre 2004, un gruppo internazionale di archeologi era partito dal Messico con una nave adeguatamente equipaggiata per continuare le ricerche di una città sommersa al largo di Cuba.
Dopo 25 giorni di lavoro, interrotti per problemi tecnici dovuti alla visibilità sei volte più bassa del previsto, il team di scienziati aveva fatto ritorno con un ‘bottino’ molto interessante: precise risonanze del sonar che rilevano una struttura piramidale di 35 metri e, grazie all’utilizzo di un mini-sottomarino chiamato “Deep Worker”, fotografie della struttura scattate “…dalla distanza variabile tra l’uno e i tre metri, non riuscendo a farlo in modo che venisse resa correttamente la prospettiva delle strutture scoperte…”. Non solo risonanze e foto, ma anche pezzi di roccia con fossili di piccoli animali da superficie e resti di polveri vulcaniche (anche queste che si formano solo in superficie). Neanche a dirlo, la National Geographic Society si è già “assicurata” un esclusivo articolo con la Zelitsky.
Tenendo conto anche di questi ultimi sviluppi della vicenda, quindi, un’analisi obiettiva di tutti i fatti e di tutta la documentazione finora pubblicata non può che portare alle seguenti conclusioni:
1) le strutture sono opera dell’uomo, data la loro complessità, la loro dimensione, il tipo di materiale (granito), la presenza di iscrizioni, di fossili organici e le caratteristiche del sito che le ospita (ottimale per edificare monumenti)
2) le caratteristiche di continuità delle strutture, delle iscrizioni nel contesto geografico, urbanistico e socio-culturale con le civiltà centro e sud americane indicano che al tempo della nascita di quelle civiltà, o perlomeno al tempo dei primi insediamenti che le originarono, la zona era fuori dall’acqua come lo era il Sud America, il Messico e la penisola dello Yucatan e quindi, su scala globale, il livello del mare era molto più basso di quello attuale
Nessun fenomeno di subsidenza (che peraltro sarebbe risultato distruttivo ed avrebbe con tutta probabilità cancellato ogni traccia delle strutture) avrebbe potuto far scendere l’area a quelle profondità. Perché, allora, tutta quell’acqua ad occultare nel profondo del mare il bianco granito delle rovine? Potrebbero esserci collegamenti con le innumerevoli leggende relative al biblico Diluvio Universale che sconvolse il nostro pianeta diverse migliaia di anni fa?
Una cosa è certa: le peculiarità di questo affascinante mistero, nonché le forti contraddizioni da esse derivanti, difficilmente consentiranno una soluzione dell’enigma attraverso i consueti ricorsi ad ipotetiche cause naturali verificatesi nel lontanissimo passato, che troppo spesso vengono semplicisticamente invocate e da tutti accolte quasi con fede cieca.
Senza voler entrare nel campo della teologia, dell’esegesi biblica o della filosofia, quindi, non è certo da visionari, mitomani o irragionevoli ammettere che le rovine sommerse di Cuba abbiano potenzialità che potrebbero obbligare a riscrivere la storia delle civiltà dell’uomo, se non addirittura contribuire a chiarire i misteri concernenti la sua origine. Per concludere, vorrei riportare quello che Robert Jastrow ebbe a scrivere perché particolarmente calzante a conclusione delle considerazioni fatte finora, ovvero che “…per lo scienziato che ha vissuto fidando nel potere della ragione, la storia finisce come un incubo. Egli ha scalato le montagne dell’ignoranza; è giunto al punto di conquistare il picco più alto quando, nel raggiungere l’ultima roccia, viene salutato da un gruppo di teologi che si trovavano lì seduti ormai da secoli”.
di Carlo Alberto Cossano – ricercatore Narkas
per maggiori informazioni visita il sito www.narkas.org
Fonti: nationalgeographic.com – cuba.cu
Intervista a Carlo Alberto Cossano ricercatore Narkas
Prima di tutto ti ringraziamo per averci concesso quest’intervista. Iniziamo subito col chiederti se ci puoi anticipare qualcosa di nuovo sull’evoluzione delle ricerche sul Mega?
C. A. Cossano: Certamente, anche se purtroppo non sono ‘buone nuove’..
Sintetizzando, come spesso accade quando ci si muove negli ambiti della ricerca non ‘mainstream’, anche in questo caso il venale denaro ha contribuito a collassare il progetto.
Sembra che le offerte per il materiale in possesso della ADC relativamente alla questione siano state talmente basse da scoraggiare l’impresa di pubblicare libri o articoli sul ritrovamento: dall’altra parte, i fondi a budget per il progetto in possesso della stessa ADC non consentivano più ulteriori spedizioni e si è venuta a creare una situazione di stallo completo.
Secondo le mie fonti, il National Geographic era veramente stato coinvolto nella cosa, ma proprio il suo rifiuto sembra aver affossato le speranze di ottenere fondi sufficienti e quelli offerti non sono apparsi come allettanti (o sufficienti): questo non significa che il valore del ritrovamento sia stato messo in dubbio ma che il business ottenibile per ‘far girare la ruota’ non era evidentemente sufficiente.
Sembra comunque che ci siano in programma spedizioni in altre aree costiere di Cuba per proseguire le ricerche ma non più condotte direttamente dalla ADC.
Riusciremo mai a scoprire cosa rimane sotto 700 metri d’acqua a quelle coordinate segrete? Lo spero proprio..
Vi informerò sui futuri sviluppi.
Quando si parla delle possibili ubicazioni di Atlantide il Mega viene citato fra queste, ci sono delle analogie fra il Mega e la rappresentazione platonica di Atlantide?
C. A. Cossano: In base ai ritrovamenti, le analogie sono ben poche. Forse è la dimensione a permettere di includere il MEGA tra queste possibili ubicazioni, ma è anche proprio questa dimensione a renderlo così ancora inesplorate e quindi misterioso..
Quali sono i principali legami fra le popolazioni native sud americane e il sito Mega?
C. A. Cossano: Finora solo quelle che sono state interpretate come iscrizioni: purtroppo, però, sono state viste solo dai membri dell’equipaggio della nave esplorativa dell’ADC, quindi non ci sono reali prove al riguardo, perlomeno non se ne conoscono; so che erano stati fatti diversi tentativi di asportarle o di ritrovare campionamenti che le esponessero ma, che io sappia, senza risultati.
Vista la profondità del sito 6/700 metri, si possono utilizzare solo strumenti costosi e sofisticati come il Rov, a quali altre indagini scientifiche e tecnologiche può essere sottoposto il sito?
C. A. Cossano: Potendo disporre dei fondi adeguati ci sono diverse possibilità ma richiedono tutte un intervento tramite veicoli di esplorazione sottomarina; l’ideale sarebbe costruire direttamente in loco un laboratorio per alta profondità, che potrebbe sicuramente fornire un adeguato supporto in particolare per gli studi geologici.
Comunque, anche solo utilizzado veicoli teleguidati e sottomarini si riuscirebbe a svelare la maggior parte dei segreti delle rovine..
Basterebbe una attrezzatura stile Cameron usate per “Titanic” (bella forza, direte): guardandone le scene e la qualità delle immagini riprodotte da un fondale di oltre 4000 metri capite bene che 700 sarebbero un inezia..
Attualmente è molto diffusa la ricostruzione architettonica digitale di siti archeologici, pensi che la realtà virtuale possa aiutare in questo senso?
C. A. Cossano: Si, certo, lo dici ad un informatico..
Comunque, per fare ciò sono necessari precisi rilevamenti che vanno anch’essi fatti con attrezzature idonee (e costose)..
E’ possibile che lo sprofondamento della zona sia avvenuto in un arco temporale più breve rispetto ai 50.000 anni indicati con una media di 16 mm l’anno?
C. A. Cossano: Ho dedicato mesi ad approfondire questo aspetto particolare: per aree di quella composizione, dimensione e attuale struttura la geologia non può che documentare una velocità di 16 mm l’anno. Ricordiamoci che non ci stiamo riferendo ad un’area vulcanica..
L’ipotesi del diluvio sposata con l’unione fra mar Nero e Mar Mediterraneo provocando un innalzamento delle acque sembra essere stata dimostrata, ciò però non giustifica uno sprofondamento di 700 metri, pensi possa essere possibile che l’allontanamento delle zolle tettoniche dei continenti abbia potuto provocare questo?
C. A. Cossano: vi assicuro che l’ipotesi indicata è ben lungi dall’essere dimostrata; comunque, i volumi di acqua in ballo per spiegare il MEGA non sono nemmeno lontanamente paragonabili a quelli calcolati per l’ipotesi Mar Nero.
Sotto questo punto di vista quale datazione potrebbe essere data al sito?
C. A. Cossano: Bella domanda.. Se si data con la geologia si torna esageratamente indietro, se lo si fa con l’antropologia succede l’opposto..Stiamo parlando di un bel grattacapo. Io un’idea c’è l’ho ma non conta: preferisco sentire le vostre..
Esistono nel mondo tracce di civiltà simili a quelle del Mega?
C. A. Cossano: Ci sono semplicemente delle connessioni con quelle della zona Yucatan, ma parliamo di connessioni grafologiche e architettoniche, quindi molto relative..
La situazione economica e politica dell’area Cubana non è certo delle più rosee, nonostante la palese dimostrazione di una scoperta che riscrive la storia, la mancanza di fondi limita le ricerche, quale è a tuo modo di vedere il futuro del sito Mega?
C. A. Cossano: Un futuro plumbeo, purtroppo..Come già esposto aggiornandovi sugli ultimi sviluppi, viviamo in un mondo in cui il denaro muove quasi tutto: soprattutto in relazione agli ultimi sviluppi socio-economici e con l’inevitabile distanza presa dall’ortodossia scientifica credo che le coordinate del MEGA finiranno in un ipotetico cassetto, senza la possibilità di uscirne.
Credo però fermamente che sono orami molte le evidenze che fanno pensare che il MEGA possa non essere il solo enigma con quelle caratteristiche così uniche: come detto, qualcuno sta già cercando di organizzare altre spedizioni, sempre nei dintorni dell’isola Cubana..
Ci aspetta un MEGA2 o un MEGA3? Spero vivamente di essere tra i primi a saperlo!
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