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Ciò che è bene per te ora domani diverrà un ostacolo e un impedimento, o un danno, e viceversa.
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Il mondo è infinito, non giudicare perdite e guadagni come il piccolo pescatore che non ha mai visto l’Oceano.
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 Richard Dawkins

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MessaggioOggetto: Richard Dawkins   Lun 27 Dic 2010 - 17:53

Apro questa discussione dedicata a Richard Dawkins con gli elementi consuetudinariamente reperibili su wikipedia.



http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Dawkins




Procediamo al commento di un articolo di Pietro Greco uscito qualche tempo fa on line. Lo ho commentato perché condivido alcuni elementi della trattazione cosi come non ne condivido altri, e su questi mi soffermo: sono emblematici a mio parere, nel comprendere come ancora oggi la visione della selezione naturale e della natura dei geni sia viziata da visioni tardo ottocentesche, quando non addirittura “etico-spiritualiste”.

FONTE: http://lgxserver.uniba.it/lei/rassegna/991025.htm


(le parti in corsivo sono tratte dall'articolo reperibile alla fonte sopracitata).


La cultura è contagio. Nel senso letterale del termine. E' un'infezione che aggredisce la nostra mente
a opera di agenti che, per assonanza coi patogeni, potremmo definire "noogeni": generatori di idee. Questi agenti si chiamano, "memi" e da tempo si sono impossessati delle menti degli umani, causando il progresso delle arti e delle scienze, creando linguaggi e religioni; generando mode e luoghi comuni.


Trovo questa definizione inappropriata. Anzi, addirittura fuorviante. In primis perché paragona i memi a dei virus (Dawkins non ha mai usato questo paragone, rendendo i memi la versione sociale dei geni, punto e
basta). In secondo luogo, leggo in questa definizione una visione e un retroterra che potrebbe fare riferimento alla visione della cultura e della civilizzazione come elemento deleterio e coercitivo, in senso etico e morale.
Dawkins ha sempre ribadito che la sua definizione della questione NON HA NULLA DI ETICO.


Il meme del meme, l'idea originale che l'informazione culturale si trasmette per imitazione di mente in mente, attraverso moduli unitari e compatti, è nato una ventina di anni fa nella fertile mente di Richard Dawkins. Un giovane scienziato inglese cantore della sociobiologia e autore dell'idea del "gene egoista", diffusa in tutto il mondo attraverso un libro fortunatissimo, dall'omologo titolo. In quel libro Dawkins sostiene che tutti gli organismi viventi, compreso l'uomo, altro non sono che docili macchine, create dai geni per proteggersi, diffondersi e moltiplicarsi. I geni possono essere considerati l'unità mentale dell'informazione biologica. Essi, sostiene Dawkins, sono i protagonisti di quella battaglia "di tutti contro tutti" che è la selezione naturale del più adatto.


Anche qui ci sono degli importanti distinguo: la teoria che Dawkins porta avanti sotiene invece che la collaborazione tra geni e la creazione di un background favorevole nel pool genico (che sarebbe comprovata) è di gran lunga spesso preferibile alla guerra di tutti contro tutti (definizione primitiva e stereotipata della selezione naturale).


I geni vanno alla guerra unicamente per vincere e assicurare a se stessi la possibilità di riprodursi. Gli organismi sono le "macchine da guerra" utilizzate dai geni, per difesa e per offesa, in questa battaglia continua. Quella del gene egoista e tiranno non è, per Dawkins una semplice metafora. Ma una vera idea scientifica. In grado di fornire l'interpretazione autentica del modello di evoluzione biologica proposto da Charles Darwin.
L'idea del "gene egoista" è fieramente avversata da molti biologi. Ma, agli occhi del suo autore, è così potente da generarne, per analogia, un'altra. L'idea dei memi, naturalmente egoisti. Ovvero di unità fondamentali dell'informazione culturale impegnati, con altri memi, in una "guerra di tutti contro tutti" che nel tentativo di assicurarsi il successo riproduttivo, utilizzano le menti dell'uomo come colonie in cui diffondersi per riprodursi e, insieme, come docili macchine di difesa e di offesa. L'associazione, dinamica, dei memi che sopravvivono alla selezione naturale del più adatto è la nostra cultura, individuale e collettiva. I memi, saltando di mente in mente per imitazione, conferiscono all'evoluzione culturale una dinamica molto più veloce di quella biologica.

Anche qui, se consideriamo i distinguo fatti prima ne derivano riflessioni un pò più complesse di questa. Inoltre, essendo che l’implicito tema può essere la applicabilità di questa definizione dei memi alle religioni,
possiamo aggiungere che lo stesso Dawkins ha chiarito che la religione può avere il suo fondamentale ed imperativo memico non tanto nel fatto di essere una unita primaria di riproduzione, ma il riflesso di elementi memico-psicologici più elaborati e sottostanti la religione stessa (lui fa l’esempio della tendenza umana ad insegnare ai bambini le cose in modo forzoso e coercitivo, perché la informazione che passa in modo non riflessivo e mediato dalla costante comprova diretta individuale può generare reazioni piu veloci
all’ambiente e quindi, con sequenzialmente, essere un vantaggio quando ci si trova in situazioni cirtiche o di richiesta di sopravvivenza…tale tendenza, che può stabilire un vantaggio enorme per un gruppo, può poi divenire un modus operandi anche a livelli più complessi, inducendo lo stesso tipo di accettazione immediata anche in contesti sociali che non hanno più quel tipo di necessità di sopravvivenza).

Il meme del meme, utilizzando quella potente macchina da guerra che è la mente di Richard Dawkins, ha avuto un grande successo. Si è riprodotto con straordinaria velocità e ormai si è diffuso in molti ambienti culturali. Oggi viene proposto in molte salse. Salse che Francesco Ianneo, un giovane epistemologo dell'Università Tor Vergata di Roma, assaggia e ripropone in un libro molto documentato e molto ben scritto, "Meme", appena uscito per i tipi della Castelvecchi. Ianneo ci mostra
come non solo Dawkins, ma anche altri, dal filosofo Daniel Dennett alla psicologa Susan Blackmore, considerano il "meme" non una metafora, ma una realtà. Una realtà noologica, in tutto analoga alla realtà biologica dei geni.

Sicuramente è utile sapere chi oltre a R.D. ha elaborato delle teorie sul meme. Io personalmente non conosco al momento le opere e gli studi effettuati dal filosofo Daniel Dennett alla psicologa Susan Blackmore, ma mi chiedo se davvero essi dicano ed elaborino teorie perfettamente congruenti a quelle del genetista, essendo i loro campi di studio molto diversi da quelli di Dawkins.

In realtà la "genetica e la virologia di idee, credenze e mode" proposta attraverso la teoria del "meme" non ci sembra, allo stato, una buona idea scientifica. Per molte ragioni. In primo luogo il "meme" sfugge finora, a qualsiasi definizione rigorosa. Un gene è un tratto di Dna che codifica per una
proteina. Un meme, in realtà, cos'è? In secondo luogo i geni, siano o no egoisti, si diffondono in modo preciso e (quasi sempre) univoco: di padre in figlio. O meglio, da cellula madre a cellula figlia. Questa modalità è un carattere essenziale della teoria darwiniana. La riproduzione delle idee, invece, non è certo parentale.


Questo infatti è già ciò che dice Richard Dawkins, ad esempio nel suo “L’illusione di Dio”. Egli stesso pone queste differenze ne mai afferma che ci sia una perfetta congruenza tra modalità di funzionamento di un
gene o di un “meme”. La sua è una ipotesi, come più volte detto dall’autore. A mio parere, lo scopo, tra i tanti è quello di acquisire un possibile modello di osservazione della propagazione di forme culturali e sociali che non hanno radice nel pensiero critico bensì in qualcos’altro…nella accettazione passiva di essi
e nella tendenza alla loro ripetizione (anche) di persona in persona, o di generazione in generazione, come le religioni…oppure le ideologie (non importa di quale indirizzo politico).


Nella noosfera i figli possono trasmettere le loro idee ai padri. E riceverne da tutti gli individui
della società. Possiamo immaginare che anche le idee evolvano per selezione
naturale. Ma per una selezione affatto diversa da quella darwiniana.


Per quanto teoricamente possibile, la teoria cosi come gli esempi elaborati da Dawkins sembrano far presupporre la tendenza dei più anziani della specie ad insegnare ai piu giovani (a chi obietta che oggi la
cultura non ha piu modalità di passaggio tradizionale dagli anziani ai nuovi arrivati si può obiettare che non è così: i piu anziani possono essere anche solo i compagni di scuola di poco piu grandi che trasmettono idee socialmente riconosciute in quel contesto ai piu piccoli). Certo un figlio può insegnare al
padre, ma è più probabile che sia un genitore ad insegnare al figlio quanto sono paurose le strade di sera per evitare che il figlio o la figlia vi si avventurino, oppure che non si deve parlare agli sconosciuti ne accettare regali o passaggi da chi non si conosce. Dietro c’è la volontà di rendere immediata la reazione dell’individuo giovane che cosi avrebbe piu probabilità di evitare il pericolo. Ad altri livelli tale atteggiamento diviene però non utile, travalica cioè il confine di utilità per cui, strutturalmente, si è delineato nelle generazioni magari: “sta lontano da quella persona (di etnia xyz) perché si sa che sono ladri e tu puoi finire male…”. Idee di questo tipo possono forse passare da una persona all’altra senza distinzione di età, ma affinché magari un giovane riesca ad insegnare ad un anziano (per insegnare qui noi intendiamo non indottrinare ma indurre a riflettere) ci vuole riflessione e pensiero, esattamente ciò che questa tipologia di idee sociali sembrano cercare di evitare perché in origine poco
utili se non dispendiose.


La teoria del "meme" ha il suo maggiore punto debole, tuttavia, in un altro fatto: non tiene in debito conto l'intenzionalità. In ambito biologico nuovi geni vengono prodotti per mutazioni casuali, prima di essere sottoposti alla selezione naturale.


È come se ci si chiedesse se è nato prima l’uovo o la gallina: il fattore di mutazione e quello di selezione sono continui. Dire che uno esiste prima dell’altro è vedere in modo statico un processo che in realtà è continuo e tridimensionale. Diciamo entrambe le cose. A seconda del punto e della fase da cui si osserva il complesso del processo. A voler poi essere più precisi,

« La selezione naturale è l'orologiaio cieco, cieco perché non vede dinanzi a sé,
non pianifica conseguenze, non ha in vista alcun fine. Eppure, i risultati
viventi della selezione naturale ci danno un'impressione molto efficace
dell'esistenza di un disegno intenzionale di un maestro orologiaio; che alla
base della complessità della natura vivente ci sia un disegno intenzionale, è
però solo un'illusione. »
http://it.wikipedia.org/wiki/Richard_Dawkins

In alcuni punti Dawkins chiarisce anche che i geni ricevono un feedback sulla loro stessa sopravvivenza a posteriori, cioè dopo la eventuale riproduzione dell’individuo che li propaga. Ma questo “dopo” è anche
il “prima ” di cui ha parlato l’autore dell’articolo che stiamo commentando.





In ambito culturale, le nuove idee possono essere prodotte dalla libera volontà degli uomini. Einstein ha
voluto creare la teoria della. relatività generale. Leonardo ha voluto creare la Gioconda. La teoria del "meme" spiega molte delle cose che accadono nella noosfera. Ma non fornisce una spiegazione adeguata del carattere che distingue e rende unico il mondo delle idee: la libera e intenzionale creatività dell'uomo.




Definiamo “volere”: ci inoltreremmo in un tunnel di definizioni e di discipline quasi infinite.
Creare qualcosa che rompe con una definizione assodata delle cose, credo sia un processo del tutto inverso alla accettazione di un “meme”, del resto non è escluso che Einstein, per quanto innovativo sulla relatività, non condividesse dei memi con le persone e la società in cui era vissuto.


Per creare la teoria della relatività Einstein non ha di certo basato i suoi sforzi intellettuali su dei memi. Non ha perpetuato alcuna idea che gli può o meno essere arrivata di peso da altri. Credo che questo
ultimo punto faccia chiarezza su quanto ad oggi sia ancora difficile capire il vero punto della questione. E metta in luce la vecchia paura di scoprire di non avere alcuna volontà autonoma rispetto all’ambiente in cui ci troviamo (genetico, sociale, etc).

Credo che questa riflessione non c’entri nulla con ciò che Dawkins ha voluto dire sul “meme”. La tendenza psicologica dell’essere umano ad accettare in toto delle nozioni senza discuterle, per quanto utile ad un certo livello, non è l’unica possibilità dell’essere umano. L’autore (sempre in Illusione di Dio) presenta
la possibilità che la vita, nata forse quella prima volta in modo casuale, proceda verso una organizzazione interna sempre più complessa e progettata, ma di una progettazione che nulla ha a che vedere con Dio o il soprannaturale. La coscienza, anch’essa, si evolve verso forme sempre più complesse. Forse (aggiungo io) lo spirito critico e la ricerca non dogmatica di modelli di realtà via via più complessi, sono uno dei passi che stiamo (faticosamente) imparando come specie in evoluzione.

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